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Secondo i dati dell’ufficio studi, vi è una netta prevalenza di donne che accedono a visite e terapie che trattano l’apparato muscolo – scheletrico. Ci aiuta a leggere questo fenomeno?

È molto interessante questo dato, che anch'io riscontro nella mia esperienza professionale.

In senso assoluto, non possiamo affermare che la patologia muscolo-scheletrica colpisca maggiormente le donne. VI sono però certamente delle correlazioni interessanti con il dato “di genere”. La prima è il collegamento con il dolore: posto che una elevata percentuale dei nostri pazienti arriva in studio come conseguenza di un dolore più o meno acuto, vi sono studi sul dolore post-chirurgico dai quali emerge una maggiore sensibilità della donna rispetto all'uomo.  La seconda è il collegamento con gli stili di vita e le fasi della vita di una persona: ad esempio, la donna nel periodo della menopausa avverte spesso con più intensità disturbi muscolo-scheletrici, anche perché è come se la menopausa presentasse alla donna “il conto” dei carichi lavorativi , familiari e di cura sopportati negli anni precedenti.

Restiamo su questa interessante chiave di lettura relativa alla donna in menopausa: ci sono delle aree del corpo maggiormente colpite da dolore o altri disturbi?

Schiena (la cosiddetta parte lombare), ginocchia, spalle.  Ecco, di spalle ne trattiamo proprio tante. Ma il dato a mio avviso più interessante è la frequenza dei dolori cosiddetti fibromialgici, quei dolori che si muovono molto nel corpo e ai quali non corrisponde una precisa diagnosi. Le pazienti, in pratica, arrivano senza una diagnosi chiara ma lamentano dolore.  Magari hanno un dolore ad una spalla, appena questo concede una, tregua compare un dolore ad un ginocchio, poi sembra che quella cosa lì si sia sistemata ma compare un mal di schiena.  Tenga conto, infine, che incide molto anche lo stato mentale della paziente: noi sappiamo che il dolore è la risposta ad uno stimolo elaborata dal nostro sistema nervoso centrale e, quindi, fortemente influenzato dalla mia esperienza.  Quindi, una donna in menopausa che viva anche una lieva depressione o anche solo si senta giù di tono, avrà probabilmente una percezione aumentata del disturbo, muscolo scheletrico nel nostro caso.

Lei prima, nell'introdurre la questione del dolore, lo ha associato al post chirurgico. E per i pazienti con patologie muscolo-scheletriche croniche?

Spesso sono pazienti che arrivano alla terapia fisica come “ultimo stadio”, ad esempio dopo aver provato con il farmaco senza apprezzabili miglioramenti in termini di dolore percepito.

I nostri dati evidenziano come una buona percentuale dei nostri iscritti ripeta le terapie più volte nel corso degli anni.  Questa è una misura, seppur “grezza”, dell’incidenza di patologie croniche. Dal suo punto di vista ,cosa si può fare per ritardare l’ingresso nell'area della cronicità?

La vera sfida è certamente l’aumento del movimento. Noi siamo vittima di un gigantesco equivoco culturale: crediamo di “fare movimento” anche solo praticando sport 1 o 2 volte a settimana, mentre in realtà il nostro corpo è programmato per fare movimento con molta più continuità durante la giornata. In altri termini, siamo ancora più sedentari di quanto crediamo di essere.

E, ci pare di capire, questo contribuisce all'usura delle nostre schiene e delle nostre articolazioni…

Certamente. Questo è valido in generale, per ogni persona, perché ad esempio un buon tono muscolare favorisce il corretto funzionamento dell’articolazione (il ginocchio, la spalla) e ne rallenta l’usura. Da qui l’importanza, di svolgere anche solo 10-15 minuti al giorno di esercizi (ad esempio di stretching): non posso pensare che un’articolazione funzioni bene se il muscolo non è forte o se l’articolazione rimane sempre nella stessa posizione. Ma è valido ancor di più per le persone che svolgono lavori usuranti: penso al personale OSS, che nelle strutture sanitarie svolge pesanti e ripetute operazioni di movimentazione. Ebbene, è fondamentale che queste persone allenino la loro muscolatura per non ritrovarsi già a 50 anni con situazioni compromesse.

 

Il rapporto tra sistema sanitario pubblico e offerta privata. I nostri dati ci dicono che la valutazione specialistica (ad es. la visita del medico fisiatra) viene svolta prevalentemente con il ticket, mentre per la riabilitazione e le cure fisiche il numero di accessi con il privato eguaglia quello con il sistema pubblico. Cosa ne pensa?

Mi ritrovo nei vostri dati statistici.  Il sistema sanitario pubblico intercetta e copre certamente la maggior parte delle visite specialistiche (fisiatra, in primo luogo, e ortopedico). Per la parte di terapie fisiche, provando a semplificare, il problema acuto e il post chirurgico vengono gestiti dal pubblico; mentre certamente vi è un numero crescente di accessi al privato in casi quali il perfetto recupero funzionale dopo un infortunio o, più in generale, gli obiettivi di perfetto ripristino del benessere fisico.

Parliamo invece di prevenzione e stili di vita, oggi si pensa alla figura del fisioterapista in relazione ad una patologia o ad un infortunio, ma si potrebbe ricorrere ad un professionista della riabilitazione anche con finalità di prevenzione?

Certamente. Pensate solo al progetto “la schiena va scuola”, che come Associazione abbiamo promosso in alcune scuole trentine ed è rivolto a sensibilizzare bambini e genitori sul benessere della schiena, l’importanza di evitare sovraccarichi, di una corretta postura e del movimento. E vi garantisco che oggi si sentono molti più bambini rispetto al passato che ti dicono: “oggi ho mal di schiena”.

E che spiegazione si è data?

La verità è che oggi stimoliamo molto più le abilità cognitive a danno di quelle motorie. Non solo, cioè, i nostri bambini sono oggi molto più sedentari a causa di tablet, consolle e cellulari, ma addirittura la disposizione stessa dei giochi all’aperto, nei parchi o negli spazi dedicati dalle scuole, è disegnata per favorire l’interazione più che il movimento!

Il concetto di movimento ricorre spesso nelle sue riflessioni. 

E’ cosi. Io ritengo l’educazione al movimento una sfida fondamentale. In primo luogo per i bambini, che oggi rischiano di essere quasi “analfabeti motori”: pensi che oggi molti genitori sono “costretti” a iscrivere i figli al corso di propedeutica di ginnastica artistica, perché acquisiscano abilità motorie di base che 20-30 anni fa noi imparavamo rotolando nei prati! In secondo luogo per gli adulti, per le motivazioni legate alla prevenzione di cui abbiamo già parlato.

Quindi, noi dobbiamo fare in modo che il movimento diventi parte integrante della nostra quotidianità. Perché il problema è questo, noi abbiamo isolato il corpo, il movimento lo abbiamo isolato nel quotidiano: diventa una pratica legata solo a quelle 2 volte a settimana in cui andiamo in palestra o a giocare a tennis. Ma non è più il nostro quotidiano.  Pensiamo ancora ai bambini: più si muovono, più imparano a sentire il loro corpo, e così affinano la percezione dello spazio, degli ostacoli e dei pericoli.

Dott.ssa Libardi: noi concludiamo sempre con qualche consiglio pratico per i nostri iscritti e lettori…

Se pensiamo ai vostri iscritti, che sono lavoratori e in buona parte svolgono lavoro d’ufficio, direi due cose. Massima attenzione alla postura, ad esempio controllando che il monitor sia alla giusta altezza ed evitando posizioni ruotate dello stesso, o ancora evitando tassativamente lo “scivolamento in avanti” sulla sedia, che è un killer silenzioso per la nostra schiena.

E poi evitare di rimanere per ore seduti nella stessa posizione: già svolgendo qualche esercizio di estensione durante la giornata, o anche solo facendo il giro della stanza o riposizionandosi sulla seduta, saremmo a metà dell’opera!

Katia Libardi

Katia Libardi

Fisioterapista e presidente
dell'associazione AIFI Trentino Alto Adige.